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Automobilismo 17/08/2026 11:33

Piloti bolognesi, da Bauer, Branchini e Perdisa a Kimi Antonelli

SAN MARINO- Venerdì 21 agosto il mondiale di F1 riparte da Zandvoort, nei Paesi Bassi. La pista è appoggiata sulla sabbia, di fronte al Mare del Nord: se avete ancora un po’ di budget per queste vacanze, è un viaggio da non perdere, perché il posto è bellissimo ed è l'ultima volta che si correrà un GP di F1 su questo tracciato leggendario.

Per Kimi Antonelli, comunque vada in pista, questo rientro in gara sarà un successo mediatico. Un mese fa, sempre nel Benelux, l’esame all’Università di Spa-Francorchamps gli ha consegnato il diploma, a pieni voti, di capoclasse di questa Formula 1 fatta di elettricità, software e cavilli.

Ha una Mercedes perfetta e la sa usare benissimo, quasi con disinvoltura, mentre molti altri faticano. Guida al limite, spesso oltre. Pochi sanno tagliare le curve come il bolognese. Uno stile aggressivo, molto personale, probabilmente unico, e una capacità rara di interpretare la vettura e portarla là dove gli altri ancora non riescono ad arrivare.

In Olanda il pilota da battere sarà però Max Verstappen, tra i più severi detrattori di questa generazione di auto sempre più informatiche. In Belgio Max non ha risparmiato i suoi strali: «Benvenuti nella giungla», ha detto commentando le riflessioni di Charles Leclerc sul modo in cui è diventato strano e innaturale guidare questi bolidi che somigliano sempre più a computer.

La propulsione elettrica, poco meno del 50% della potenza complessiva, significa che l’hardware che compone la vettura – turbo, gomme, batteria – è solo un pezzo di un puzzle molto più complesso e sofisticato, costruito su numeri, mappature precise e sequenze finite di istruzioni logiche progettate per risolvere un problema specifico o seguire un’attività.

In pratica, il pedale dell’acceleratore c’entra relativamente. Manco Steve Jobs le capirebbe queste auto da corsa.

E Andrea Kimi che dice?

Appena rientrato da un bel periodo di vacanza – prima a Riccione con papà Marco, mamma Veronica e la sorellina Maggie, poi scatenato in Sardegna, passando da uno yacht all’altro e da presunti flirt che, a vent’anni appena compiuti, ci stanno, eccome se ci stanno – il pilota bolognese è tornato alla base e ci racconta:

«Mentre ero in vacanza al titolo mondiale non ci ho pensato troppo. Anche io in passato ho tifato per la Ferrari e mi fa strano oggi dividere l’Italia. Secondo Toto Wolff la Rossa mi sta seguendo? Mi sembra normale. Io nel mio motorhome ho appeso il quadro di Lewis con la sua dedica dell’anno, per farvi capire i miei rapporti con loro. Il mio consiglio per i giovani? Rispetto per gli adulti e fate molta attenzione ai Social».

Andrea non arriva dal nulla.

La scuola dei piloti bolognesi ha radici molto profonde, come racconta Enzo Branchini nel libro I nostri cari piloti, Gentleman drivers bolognesi, edito da Edizioni Libri Automobilistici di Ascoli Piceno e presentato recentemente al concorso d’eleganza per auto d’epoca di Morciano di Romagna.

Il libro: I nostri cari piloti

Il libro è curatissimo e racconta, attraverso fotografie e interviste, le storie di Bauer, Branchini, Franchi, Lucini, Mandelli, Pagani, Pedretti, Perdisa, Sgorbati e Zerbini: gli assi del volante degli anni ’50 e ’60 che hanno aperto la strada ad Alessandro Zanardi, Thomas Biagi, Antonelli padre e ad altri piloti che hanno fatto delle corse la loro professione.

Adesso che si parla di costruire un grande museo della MotorValley al posto dello stadio Renato Dall’Ara, questa è una lettura da non perdere.

Perché prima ancora di costruire un museo bisogna sapere che cosa raccontare.

E Bologna, quando si parla di motori, ha davvero molto da raccontare.

Stefano Bergonzini

Stefano Bergonzini
direttore responsabile

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